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Agrumi del Gargano per un Natale che celebra le tradizioni e i sapori della memoria

Nonostante l’AI, la cultura della virtualità, la rivoluzione digitale nella vita quotidiana e lo scontro generazionale tra boomer e millennial, resta un punto fermo nella vita: si torna a casa per le feste di Natale.
Ho sempre vissuto a pochi passi dalla mia famiglia, ma conosco bene questa tradizione.
Un appuntamento fisso per amiche e colleghi, a cui mi hanno abituata negli anni universitari. Un semplice biglietto da viaggio prenotato in largo anticipo, di solito in autunno, perché è più economico e persino i posti preferiti da poter selezionare con cura, accanto al finestrino, per perdere i pensieri nell’Adriatico e sfogare lo stress lavorativo prima dell’atteso trambusto tra paillettes e cotillons.
Io non avevo questo tipo di necessità.
La mia era piuttosto un’abitudine. Sacra. One shot. Il 25 dicembre ci si spostava nella casa di campagna dei nonni, a est di Foggia. Nel Subappennino. Tutti.
Appena 30 chilometri fuori città, dove l’aria, d’inverno, aveva l’odore del camino acceso e il sapore delle castagne arrostite. Prima di accendere i fuochi dei fornelli.

L’atmosfera della feste, tra tradizioni di famiglia e simboli del Natale

Quel rifugio non è più nostro, ma vi assicuro che, se chiudo gli occhi, riesco ancora ad avvertire il rumore delle gomme della macchina scivolare veloci sulla brecciolina del sentiero che porta all’ingresso della casa. Lo sento eccome quel nevischio ghiacciato pizzicare la faccia appena fuori dall’auto e ricordo bene la concitazione attorno al bagagliaio, per svuotarlo dai cesti e dai pacchi in trasferta.
Un via vai di gambe frettolose e mani affaccendate. Tutto doveva confluire in un’unica stanza, una sorta di gigantesca dispensa: oggi rido, quella era a tutti gli effetti il parco giochi di mia nonna, dove lei amava collezionare qualsiasi tipo di conserva, purché handmade.
C’era una luce fioca. E la temperatura era veramente bassa, come è giusto che sia un ripostiglio.
A guidarmi tra penisole e carrelli colmi di cibo, nel tragitto, era un profumo, riconoscibile tra le erbe aromatiche e gli ortaggi appena raccolti. Gli agrumi: in quella casa erano una certezza. Raggruppati in un paniere di vimini, essenziale ma elegante, di colore beige, le arance, i mandarini, i limoni e i pompelmi si guadagnavano un posto di primo piano a tavola.
Ho un ricordo davvero nitido di ciò che accadeva tra quelle quattro mura durante le feste: le ricette, le piastrelle impiastricciate di sugo, la frittura, la convivialità e i brindisi fiume, le conversazioni, la musica e i silenzi della pennichella attorno al caminetto, lo scambio dei regali. Ma più di tutto, mi torna alla mente, e al cuore, quell’inconfondibile aroma agrumato e vivace.
Mia nonna aveva sempre vissuto in campagna e da certi sapori non si era mai separata. Scorzette candite, insalate agrodolci, marmellate, spicchi di clementine.
Prima della tombola, del karaoke o della vhs di ‘Mamma ho perso l’aereo’ c’era sempre il desiderio di starle accanto, a sbucciare l’arancia o i classici mandarini: un passatempo, dopo il pranzo. Un modo per traghettare quel momento a quello successivo, la merenda. E poi ancora alla cena. Rigorosamente a base di frutta.
Va da sé, che sto pur sempre raccontando di una famiglia del sud: dove tutto ruota attorno al cibo. Anche se mia mamma, magrissima e fan delle buone abitudini alimentari, continua a negarlo.

 

Ti sblocco un ricordo

Mia nonna se n’è andata sei anni fa. E da sei anni quella casa ha smesso di festeggiare.
La dispensa si è svuotata, sembra rimpiangere quelle rimpatriate. Io sono nello stesso mood. Oppure, lo ero fino a qualche giorno fa.
Doveva capitarmi un invito via mail per decidere di sbloccare questa nostalgia e dare al ricordo del passato lo spazio che si merita questo Natale.
Si, quando manca davvero poco alla Vigilia ho trovato il modo per sciogliere quell’incantesimo che aveva creato un ostacolo tra me e il passato. Quest’anno la mia tavola non tradirà la tradizione e proverà ad essere una replica di quel palcoscenico di bellezza e semplicità che era la tavolata delle feste della nonna.

A regalarmi questo inaspettato sentiment è stato un press tour promosso da ME.TA Dauna (con One Eventi e Pop Corn Press) – che, nell’organizzare delle attività di promozione turistica mi hanno condotto in una collina a ridosso del mare, alla scoperta della culla degli agrumi a Rodi Garganico.
Capite? Non un cesto di frutta, ma un’intera superficie destinata alla coltivazione degli agrumi.
Il destino mi stava chiamando, io dovevo solo rispondere.

 
 
 
 
 
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Il press tour che non mi aspettavo e che mi ha arricchita

Se fosse accaduto 10 anni fa sarebbe stata una bella esperienza, probabilmente avrei acquistato un sacchetto di arance da regalare a mia nonna.
Ma adesso, col cuore in pieno stato emotivo, le luci di Natale, l’atmosfera di festa, gli addobbi e i messaggi di auguri, questo è un vero e proprio bottino di felicità.
Si, perché, intanto non capita tutti i giorni di spezzare la settimana con una gita fuori porta di questo genere (perdersi tra la vegetazione, aggrapparsi agli alberi e raccogliere limoni e arance direttamente dal ramo) e poi, una iniezione di ispirazione era ciò di cui avevo bisogno. Ero, infatti, già da qualche giorno sulle tracce del regalo perfetto, senza sapere che il regalo perfetto era sulle mie tracce.
Era sotto i miei occhi. Cosa c’è di più autentico e speciale di uno storytelling? Altro che un pensiero fine a sé stesso, da scartare e destinare in un angolo di casa. Adesso più che mai abbiamo bisogno di sentimenti, di gesti d’amore, di racconti intimi, di radici, di tesori inestimabili, di folklore, di calore, di casa.

Agrumi Vecera: 4 generazioni di passione per le arance

Luigi Vecera, ad esempio, 35 anni, quarta generazione di agricoltori (con la quinta in arrivo, lui e la moglie aspettano il piccolo Christian), coltiva gli agrumi da quando una mattina rimase a far compagnia a nonno Matteo. “Avevo 12 anni e non avevo un bel feeling con la campagna, era faticosa, poco produttiva. Ma mio nonno è stato capace di trasmettermi questa forza”. Immaginate l’emozione quando Luigi mi ha presentato il nonno: 93 anni di energia pura. Lo abbiamo intercettato nei campi, a zappare. Schiena curva e umore alle stelle. Da solo. Con i silenzi di una vallata a fargli compagnia.
E se per Luigi, una giornata di lavoro è diventata una professione di vita, la mia visita guidata si è trasformata in una idea. Prendo la duretta del Gargano e il limone femminiello – oggetto di un processo di trasformazione – per impreziosire di made in Puglia la mia tavola imperiale: marmellata, succhi senza zuccheri e conservanti, bibite e persino un olio, all’arancia e al limone. Una delizia che non mi fa stare nella pelle.
E mentre il mio Natale si tingerà di amarcord, d’altronde il web e i social sono pieni di rievocazioni con menù anni ’90, la mia memoria farà un salto nel tempo, per dare onore a chi ha saputo trasferirmi la passione per la terra, il rispetto per il sudore, l’ammirazione per i riti.

Giovanni Laidò, l’agricoltore eroico

Più la giornata va avanti, più mi accorgo che le persone legate alle radici sono molto più di quanto immaginassi.
Dopo Luigi Vecera, trovo in Giovanni (Laidò, un’azienda alle porte di Rodi Garganico) l’ennesimo alleato in questa sfida al recupero di tradizioni e memoria.
I 6 ettari di agrumi dove ci accoglie sono un’eredità dei nonni.
“Qui ci sono i ricordi, dobbiamo mantenere e valorizzare il territorio”. E’ l’appello che rivolge agli agricoltori eroici, quelli come lui, che hanno seminato varietà antiche di agrumi per offrire un’eccellenza: l’arancia del Gargano IGP, ‘varietà biondo comune’ e il profumatissimo limone Femminello del Gargano IGP. Li riconosci dal profumo intenso e non solo: “la nostra arancia ha sette volte il contenuto di vitamina C in più rispetto alle altre. Non è migliorata geneticamente. E’ vero, ha tanti semi, ma una buccia di oli essenziali ideale per confezionare i canditi e gli amari homemade”.
E questo lo prendo come l’ennesimo assist al mio Natale.
Ma il vero regalo è il ricordo che condivide con me: “La prima volta che sono entrato nel campo? Ero un bambino, non volevo andare all’asilo. Piangevo. Mia nonna mi veniva a prendere, non poteva sopportarlo. E mi portava con sé, in campagna. E spesso finivo con i nonni, in ginocchio, a togliere l’erba a mano, mi tenevano tra loro. Avevo 4 anni. Da li non ho più lasciato”.
A proposito di generazioni, mi confida: “Il consiglio che do a mia figlia? E’ importante avere un pezzettino di terra e rispettarla”.
Già, l’eredità più preziosa. Un dono.

Poi l’attenzione si sposta sul mio argomento preferito, il cibo (capite, eravamo al momento finale del tour di ME.TA Dauna, quello dell’aperitivo in giardino, con finocchi affettati conditi con olio all’arancia) e chiedo a Giovanni quale fosse il modo migliore per gustare le sue arance: “le spremute, ma anche a insalata di agrumi o uno spaghetto al limone. Io la colgo dall’albero e la sbuccio”.

Chiacchierando con Giovanni, ho scoperto che il regalo più apprezzato da queste parti è un cesto colmo di agrumi del Gargano.
Sorrido, perché penso alla mia idea di Natale, di allestire un angolo di agrumi a casa, per portare un po’ di quella magia delle feste degli anni ’90, quando mia nonna li disponeva in quel paniere. Una ad una. Con amore.

Mi torna in mente William Shakespeare: “Nostalgia: il ricordo delle cose passate.”

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