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Dalle radici (della città) alle ali, SubURBE. C’è vita nei sotterranei pugliesi

E’ un gioco di echi, riflessi e rimbombi. Di scale da percorrere con calma, di torce da stringere tra le mani, di maniglie da afferrare e di porte da richiudere, di passi da compiere con calma, di archi da superare con il naso all’insù, di angoli da girare. In silenzio, per cogliere tutta la ‘profondità’ di questo spazio (in)esplorato, apparentemente abbandonato, ma ancora vibrante.
Si chiama sotterraneo. Io lo vedo più come un vero e proprio microcosmo mistico, per accedere al quale bisogna avere in qualche modo lo spirito giusto, lasciarsi attraversare da un brivido sulla schiena e convivere con un odore che per i più è banalmente umidità, ma che in realtà è la traccia che lasciano i secoli.

In Puglia si fanno file per staccare biglietti per esperienze extrasensoriali sottoterra: una regione puntellata di frantoi scavati nella pietra, pozzi, fosse per la raccolta del grano, grotte marine, cripte e altre cavità naturali, insomma un patrimonio sommerso davvero incredibile.

Gli ipogei sono tornati ‘di moda’.

Speleologi, esperte d’archeologia, studi di architettura ma anche aspiranti Indiana Jones o appassionati di storie, tra il sacro e il profano, invitano a superare quella linea sottile che separa ciò che sta sopra da ciò che sta sotto (e non è solo una questione di luce e di gradini) per riappropriarsi di bellezze architettoniche e artistiche che hanno visto e scritto millenni di storia, che laggiù sono rimaste intatte e inalterate, custodite da una doppia mandata.
SubURBE, a Foggia, ha voluto indagare proprio questo aspetto: “una città che ha molto da raccontare sul suo passato”.
E che ha una generazione orfana di luoghi dove sperimentare il proprio talento.
Il capoluogo dauno, effettivamente, nel suo sottosuolo, nasconde un gran numero di ambienti sotterranei, che si ‘aprono’ soprattutto nella zona del centro storico e dei quartieri settecenteschi. Ambienti urbani o cavità di notevoli dimensioni, sovrapposti (mescolando di fatto epoche e funzioni) e inutilizzati.
Cosa accade se questi spazi incontrano la curiosità e la sete di conoscenza di giovani e navigati professionisti con il pallino della creatività? Che la ‘battaglia’ diventa una sfida da vincere.
Un pool multiprofessionale di donne e uomini – sotto la guida della Fondazione Apulia Felix, impegnata a riattivare quegli interruttori socio-culturali in disuso – si è speso per la riapertura degli ipogei di un sito come l’ex Convento di Santa Chiara, un grazioso gioiello architettonico dauno, convinti che quegli ambienti, chiusi da molto tempo, possano diventare luoghi a servizio della città, luoghi dei giovani, degli artisti, spazi underground capaci di attrarre le giovani generazioni, mettendole a contatto con le sue radici più profonde.
Ma come trasformare gli ipogei in luoghi di start-up, di associazionismo, in cui si fa lettura e scrittura creativa, in cui si sperimentano le tecnologie e le arti? Con il coinvolgimento e la metodologia learning by doing.
Si è sviluppato così un inedito storytelling del luogo. Attraverso i linguaggi dell’arte e della tecnologia, mettendo in rete e mixando potenzialità espressive, un team di educatori ha tenuto lezione nei sotterranei: Leandro Summo, docente del Laboratorio di Videomapping, Marco Manduzio e Angela Pia Russo, docenti di Urban Sketching e Space Mapping, Agostino Ruscillo, docente di Ascolto Musicale e Mimmo Attademo, docente di Fotografia.
Per venti settimane gli spazi più profondi dell’elegante edificio del XVI secolo sono stati animati da laboratori gratuiti e performance aperte alla città: una superficie di 190mq in tufo locale, in ottime condizioni edilizie con un pavimento in pietra di Apricena allo scopo di riportarne alla luce e alla conoscenza della città il potenziale artistico nascosto.

 

Foto docenti
In alto al centro: Leandro Summa, docente corso di Videomapping; Agostino Ruscillo, docente di Ascolto Musicale; Mimmo Attademo, docente di Fotografia.

L’operazione ha avuto il nome di ‘SubURBE. Ipogei Creative Mapping’ ed è, attualmente, un progetto pilota: chi si è imbarcato su questo inedito sottomarino tenterà di rigenerare tutti gli ipogei di Foggia, creando un cammino capace di rendere le cavità della città utilizzabili, visitabili e connesse tra loro.
Una scommessa importante della Fondazione Apulia Felix Onlus che ha potuto contare sulle idee del Maestro Dino De Palma e della Maestra Gianna Fratta nonché sulle tecniche e sulle energie dello studio di architettura CORFONE+PARTNERS, tra i più quotati in Puglia. Gli autori del progetto hanno portato nei sotterranei di Santa Chiara le competenze per trasformare quegli ambienti bui e dismessi in luoghi d’incontro e socializzazione e hanno inoltre fornito alla città quegli strumenti per mappare il sottosuolo attraverso suoni, video, fotografie, design e tecnologie.
D’altronde, gli ipogei sono il luogo del silenzio sotterraneo, ma dall’acustica perfetta e dove il suono di un tamburo viene ispirato dal luogo stesso.
D’altronde, i luoghi sotterranei naturalmente in ombra possono tornare alla luce attraverso un percorso fotografico.
D’altronde, la città ipogea prende forma e vita attraverso una mappatura collettiva dei suoi spazi sotterranei o proiezioni di video che la animano in maniera inedita e suggestiva. Per restituirla alla città in una versione più moderna di quella impolverata.

Foto progetto
In alto: Cesare Corfone, architetto e founder di CORFONE+PARTNERS. Alcuni momenti dei laboratori. In basso: gli architetti Angela Pia Russo e Marco Manduzio.

“E ti vengo a cercare”

Gli ipogei di Santa Chiara hanno aperto i cancelli a oltre cento iscritti tra giovani artiste, aspiranti architetti, musicisti autodidatti, fotografe amatoriali, appassionati di design e nuove tecnologie che hanno risposto all’appello di SubURBE.
Da un lato un patrimonio artistico e culturale destinato all’oblio, dall’altro il potenziale giovane di una città che ha bisogno di nuove energie.
Da zona d’ombra a spazio creativo, da area depressa a spazio sociale: è un’equazione, più aumentano le visite più si abbassa il livello di abbandono e degrado urbano.
Ma come avviene l’esplorazione urbana? “Attraverso il disegno – fanno sapere dallo studio CORFONE+PARTNERS – perché il disegno è lo strumento più immediato per comunicare e facile per spiegare un ambiente. La sua forza? Sa aumentare la percezione degli spazi”.
Ed è avvenuto così nei sotterranei dell’ex Convento del 1500.
“Abbiamo agito sulla capacità di guardare il mondo e di rappresentarlo, di osservare la propria città attraverso strumenti multidisciplinari”, aggiungono gli architetti Russo e Manduzio, coordinati da Cesare Corfone, CEO & FOUNDER dello studio CORFONE+PARTNERS. Dopo aver fornito le indicazioni e un kit da lavoro, il team ha ricreato delle vere e proprie aule didattiche puntando tutto sulla partecipazione attiva, agendo sulle capacità di guardare il mondo e di rappresentarlo, di osservare e narrare quella porzione di città attraverso nuovi strumenti multidisciplinari, favorendo esperienze autentiche di relazione umana e sociale, avanzando l’ipotesi plausibile di un possibile urban reweal (‘rinnovo urbano’).
Così le foto scattate, le melodie scritte, i video girati, i disegni realizzati diventano essi stessi uno spettacolo nello spettacolo e il cuore si lega ai nuovi suoni, alle nuove luci e a quelle linee di cui gli ipogei sono stati la tela perfetta.

Talmente bella che il team è già al lavoro per SubURBE 2.0 ‘Arpi CulturArt SPACE’: lo scrivo (soprattutto) per gli appassionati e le appassionate dei mondi nascosti (in attesa di rivedere la luce).

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