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Riti pasquali in Puglia: i 5 borghi dove assistere alle processioni più suggestive del Venerdì Santo

“La vita sa confondere le sue tracce, e tutto del passato, può diventare materia di sogno, argomento di leggenda”. Ci penso quando, volutamente, mi perdo in certi luoghi nascosti: sono i vicoli dei borghi pugliesi. In questa parte del Mezzogiorno ce ne sono tanti e li riconosci perché, in particolare, lì il tempo pare essersi fermato, dove è il silenzio che suona e scandisce il ritmo delle giornate, dove i portoni in legno usurati dal tempo separano il veloce presente da una placida epoca mitica e l’atmosfera serena profuma di una storia sospesa tra finzione e realtà.
In queste cornici paesaggisticamente suggestive – alcune sono delle cartoline sul mare, altre immerse in una vegetazione spontanea – nel periodo pasquale riemerge il folclore, nutrito dallo spirito, dalla curiosità, dal sapere, dal culto.

I riti della Settimana Santa in Puglia: tra fede e folclore, ecco dove andare

Ho raccolto cinque località pugliesi (per onestà intellettuale, la regione è costellata di processioni e iniziative) dove, la settimana di Pasqua, i fedeli e le comunità religiose portano in strada i riti pasquali della tradizione. Buon viaggio.

San Marco in Lamis si accende con le Fracchie


Il Gargano è già di per sé un luogo particolarmente attraente e surreale, con quella selvaggia macchia mediterranea a picco sul mare o le imponenti faggete della Foresta Umbra, nell’entroterra. A dar man forte al turismo, ci pensano i piccoli comuni che condividono i loro eventi culturali e spirituali con viaggiatori, travel blogger e famiglie in cerca di emozioni e pathos.
L’itinerario alla scoperta dei riti pasquali più suggestivi della Puglia comincia nel cuore del Gargano, in particolare da San Marco in Lamis e prosegue a Vico del Gargano.

Per il fascino che sprigiona, la tradizione della Fracchie, che si ripete dal 1800 nel cuore del Gargano, richiama alla mente le pagine di un libro di fiabe, in particolare, uno di quei racconti incantanti che si anima dalle tenebre.
E d’altronde, secondo una credenza pagana, il rito pasquale delle fracchie (“fiaccole”) a San Marco in Lamis sembrerebbe essere legato, infatti, all’assenza di luce nel borgo montanaro e alla necessità, quindi, dei suoi abitanti di illuminarlo in una delle notti più care alla religione cristiana: il Venerdì Santo. Le imponenti torce di legno, di circa 15 metri di lunghezza, accompagnano, da circa tre secoli, il cammino della Madonna Addolorata alla ricerca del Figlio, fino alla chiesa della Collegiata.
Da festa popolare a evento di fama nazionale: i coni infuocati – che attraversano su carretti in ferro il labirinto di vicoli e stradine, trainati a mano – sono particolarmente attrattivi e richiamano flussi turistici legati ai culti della Pasqua, incuriositi dalle bellezze dei paesaggi autentici e mozzafiato e sensibili a questo rituale che lega dolore e fede. Da un lato la scia di fuoco e di calore, l’immagine di zampilli di luce e l’odore di rami e frasche date alle fiamme; dall’altro la processione pasquale tra le più poetiche e suggestive.

Vico del Gargano, la città dei cortei e dei canti

 

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Paese che vai, usanza che trovi. La prossima tappa è Vico del Gargano.
Tra festa e atto di fede, qui, il rito pasquale, tramandato da generazioni, è un vero e proprio coinvolgimento esperienziale e si concentra attorno ai cortei, all’Agonia e alla Messa pazza: un’intera giornata animata da un mix di cori e rumori e da un via vai suggestivo di simulacri.
Dalle prime luci dell’alba, uno tra i Borghi più belli d’Italia viene posseduto da note meste e dalle sei processioni del Venerdì Santo che sono affidate alle cinque confraternite del paese, avvolte nei loro camici di lino, e alle donne. Li vedi sparsi attraversare il borgo antico trasportando, a spalla, le statue del Cristo e della Vergine Maria Addolorata, intonando canti, accompagnati dai fedeli.
A seguire, nella Chiesa del Purgatorio – dopo l’esposizione della reliquia della Santa Croce – viene eseguita l’Agonia di Gesù, mentre al tramonto, nella Chiesa Madre, la comunità paesana si ritrova per la tradizionale Messa pazza, una liturgia scarna ed essenziale (pazza perché senza eucarestia). Tutto attorno, dal centro storico alla periferia, nei meandri dei vicoli – in un territorio fascinoso, abbracciato dal cielo e dal mare – si insinua un incrocio di Misere e di Madonne. E’ giunta sera, a enfatizzare il dolore del momento, inscenato in strada come la migliore delle rappresentazioni teatrali – a testimonianza della diffusa devozione popolare – ci pensano i cori di chi partecipa ai cortei che si incrociano: è in atto lo sconvolgimento e la sofferenza della comunità per la morte del Cristo. Ma l’evoluzione stilistica è istantanea: in poche ore, il dolore lascia spazio all’esultanza, governata da un’assenza di rigore musicale, per la liberazione dalle sofferenze dell’uomo sulla Croce. Nel silenzio della notte, al ritorno in chiesa, domina lo ‘scoppo’, un rumore fragoroso in ogni forma: c’è chi gira una racanella, chi sbatte i piedi, chi muove una panca. E’ l’ultima scena della lunga giornata dei vichesi, che replica il terremoto alla morte del Cristo.

Taranto e il cammino lento e scalzo dei confratelli

Chi l’ha vissuta, giura di aver assistito ad un evento indimenticabile.
La Settimana Santa a Taranto è animata da riti cattolici antichi, che affondano le loro radici nei secoli.
Il venerdì che precede la Pasqua, la città tra i due mari si ferma per la processione dei Misteri, una sfilata lenta, organizzata dalla Confraternita di Maria SS. Del Carmine, che percorre il centro cittadino, per una durata complessiva di 15 ore.
La regia è affidata ai Perdoni (le Perdúne in dialetto tarantino): quando si alza il sipario sull’attesissimo cammino santo, lo spettatore si ritrova davanti coppie di confratelli vestiti, secondo la tradizione, con un camice bianco e il volto coperto da un cappuccio forato all’altezza degli occhi, un copricapo nero con nastro azzurro, i piedi scalzi e il conforto di un bordone, alto circa due metri, che simboleggia l’antico bastone dei pellegrini.
La scenografia, immersiva e quasi surreale, è supportata da un bagno di folla che, al passaggio del corteo religioso, crea un varco e l’accompagna con melodie intense e solenni. A drammatizzare il momento è l’incedere dei passi lievi ma decisi: in particolare, è un dondolio continuo che è detto ‘nazzecata’. Il corteo con le statue che simboleggiano la passione di Gesù fa ritorno nella chiesa del Carmine la mattina del Sabato Santo dopo una nottata scandita da tensione emotiva, partecipazione e contemplazione.

I Pappamusci di Francavilla Fontana

 

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Dal silenzio immobile al suono delle ‘tremule’, un teatrale cigolio provocato da manigliette in legno con borchie in metallo: così Francavilla Fontana avverte la sua popolazione della processione del Venerdì Santo, il pellegrinaggio della Madonna Addolorata ossia la ‘Desolata’. La sfilata serale è dedicata alla Processione dei Misteri, aperta dalla Croce: è al crepuscolo che la città brindisina si blocca per partecipare al lutto per la morte di Cristo e ai Sacri Misteri. Anche qui, con nel resto della Puglia, sono le gesta e i costumi delle Confraternite ad attirare il pubblico durante i riti pasquali: nella terra dei Messapi le congregazioni trasportano le statue in cartapesta che inscenano i vari momenti della Passione. Ma a consegnare a Francavilla lo scettro dell’area jonico-salentina per uno degli eventi più importanti del periodo pasquale sono i Pappamusci cu lli trai. Sono i ‘Crociferi’, devoti, rigorosamente incappucciati e scalzi (in gesto di penitenza) che trasportano per le vie della città pesanti travi di legno sulle spalle.
Atmosfera di religiosità molto coinvolgente per quei fedeli che si stringono attorno al pellegrinaggio trascorrendo per strada tutta la notte del Venerdì Santo.

La Quaremma salentina, tra simboli e folclore

 

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Il viaggio in Puglia, alla scoperta delle tradizioni popolari e dei riti pasquali, termina nella Grecia Salentina, tra i comuni di Latiano, Cutrofiano e Gallipoli dove, al termine del Mercoledì delle Ceneri, spunta la ‘quaremma’. Si tratta di una delle usanze più antiche e folcloristiche del sud Italia, che lega la fede alla fantasia e scandisce la Quaresima con una bambola di pezza simile a una strega: il fantoccio, dal volto invecchiato, lo sguardo severo e maligno con abbigliamento semplice e contadino, lo scialle sulle spalle ed il grembiule sul ventre, secondo l’usanza, viene appeso per le vie del borgo: all’uscio di una porta, tra due balconi, sulle terrazze, alle finestre e, persino, seduta davanti alle abitazioni del centro storico. La storia, tramandata di generazione in generazione, racconta che il costume essenziale e l’aspetto tradito dal tempo rimanda a una riflessione sulla quaresima. La bambola di pezza Quaremma (di derivazione francese, Careme, Quaresima appunto) rappresenterebbe la moglie di Carnevale, deceduto dopo aver sperperato i beni e lasciando la moglie nella trappola della miseria e costringendola a lavorare per sopravvivere. Non è, infatti, un caso se le mani dell’anziana trattengono degli utensili, come un fuso (simbolo del lavoro femminile) e un’arancia con sette penne infilzate, tante quante sono le settimane di penitenza e digiuno che precedono la Santa Pasqua. Al termine delle quali la Quaremma viene data alle fiamme o semplicemente rimossa.

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