(Credits: foto copertina Daniela Clemente)
C’è chi lo chiama ‘effetto sliding doors’ – un riferimento al celebre film diretto da Peter Howitt – e c’è chi preferisce chiamarlo destino. Il significato non cambia: a volte, è una singola frase o un momento inatteso che ci porta su una strada completamente diversa da quella che avremmo immaginato per noi stessi.
Penso spesso a quel momento preciso della mia infanzia, quando il mio sogno di diventare stilista cambiò di colpo. Avevo solo dieci anni e durante un pranzo di famiglia, mio nonno interruppe l’ascolto del tg per dirmi: “Un giorno ti vedrò lì, dietro quella scrivania, a condurre il notiziario”. Quella frase, semplice ma potente, piantò un nuovo seme nel mio cuore. E così, il sogno di una piccola fashion designer svanì per lasciare spazio alla giornalista che sarei diventata.
Forse è per questo che mi sento così legata alla storia di Stefania Lo Muzio, fondatrice del brand Serrese e stilista affermata. Entrambe, pugliesi nel DNA e nel cuore, ma con lo sguardo rivolto al mondo, abbiamo seguito i nostri sogni, anche se in direzioni diverse. Io con carta e penna alla ricerca di storie da raccontare, lei con matita e cartoncino, (persino oggi, in vacanza, a Ibiza), disegnando abiti da sogno. Siamo coetanee, ma ciò che davvero ci unisce è una passione profonda e autentica per il nostro lavoro.
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Ricordo il momento in cui mi accorsi per la prima volta di lei.
Mi ero da poco sposata, ma ancora affascinata dal mondo bridal. Sfogliando una delle riviste di moda più rinomate, incappai nel nome ‘Serrese’, un nome che nella mia città, Foggia, stava già facendo parlare di sé. In quel momento, una giovanissima Stefania stava lanciando il suo primo progetto creativo – una linea di scarpe da sposa – e, allo stesso tempo, stava facendo il grande ritorno a casa dopo aver deciso di lasciare, per amore, la capitale della moda. Da allora, il suo percorso è stato una costante evoluzione, legato alla sua terra, ma sempre rivolto verso l’innovazione.
Stefania Lomuzio: la stilista che ha reso i sogni (delle amiche) realtà
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Alta, bionda, moglie e mamma, con una passione per il fitness e la musica dance, Stefania Lo Muzio è molto più di una semplice designer. La moda è nel suo DNA, grazie alla tradizione di famiglia, ma il suo talento creativo e la sua audacia hanno dato vita a qualcosa di unico. Sin da piccola, ha vissuto immersa tra stoffe e sarte, lavorando fianco a fianco con chi ha accompagnato sua nonna nel mondo della sartoria.
Proprio a sua nonna è dedicato il ritorno professionale a casa: 10 anni fa la stilista pugliese, classe ’83, ha aperto il suo primo atelier nella sede che era appartenuta alla sua ava, in via della Repubblica al civico 16.
Questo legame con la tradizione è il filo conduttore di ogni sua creazione, anche se Stefania non ha mai avuto paura di osare e innovare. Come la scelta di trasferire il brand (e il laboratorio) al primo piano di una palazzina nel centro storico della sua città. “Nelle altre città è una cosa molto diffusa, a Foggia no: io ho voluto osare. Ho fatto sempre un passo avanti rispetto alla città”.
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Ogni abito che esce dal suo atelier porta con sé la fusione tra passato e presente. Le sue creazioni – che oggi raggiungono anche l’estero – nascono spesso durante i viaggi o nei momenti di relax. “In vacanza porto sempre con me un quaderno e una penna”, racconta, “perché è lì che nascono le idee, improvvise, anche nei contesti più inaspettati”.
A quelle idee e a quegli abiti da sogno, Stefania ha voluto dedicare un cocktail party per celebrare i 10 anni dell’atelier – ‘Serrese turns 10’ – dieci anni di mani che accarezzano tessuti preziosi, di silenzi interrotti solo dal suono leggero delle forbici, di abiti che prendono vita tra sussurri di creatività e intuizioni geniali. Dieci anni in cui, tra fili di seta e spilli, ogni pezzo creato è diventato non solo un prezioso ricordo per le spose, ma un racconto silenzioso di emozioni, sogni e storie di donne che trovano, in quei dettagli sartoriali, la loro espressione più autentica.
Vita da stilista
Nonostante la lunga lista di clienti, molte delle quali amiche, Stefania non dimentica mai che ogni sposa è unica.
Per lei, l’abito prende vita solo grazie alla persona che lo indossa: “L’abito – mi ha confessato durante l’intervista – lo fa la persona. Alcune volte mi sono dovuta ricredere, è una cosa che nasce insieme alla cliente”. Anche nel nuovo laboratorio in corso Garibaldi, dove regna un’atmosfera “chiassosa e colorata”, Stefania lavora con un team tutto al femminile, descritto come una grande famiglia di donne “pazze, variopinte e allegre”.
Ecco, a pensarci bene è proprio così che da bambina immaginavo il mio sogno: un luogo di allegria, di colori, di leggerezza, di passione, di condivisione, di incontri. Esattamente come l’atelier di Stefania, un laboratorio di creatività dove ogni pezzo nasce unico. Si, è vero, avrei voluto essere una stilista, circondata da tessuti e idee da trasformare in abiti da sogno. Ma poi, quel famoso effetto sliding doors ha cambiato la mia strada. E oggi, guardando alla mia scrivania, al mio computer, alla mia curiosità, so che quel cambio di rotta è stato il mio destino e ne sono felice.
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Un viaggio nel tempo con Stefania Lo Muzio: passione e tradizione nel mondo della moda
In un’intervista esclusiva, Stefania Lo Muzio racconta il suo percorso in atelier, iniziato il 14 ottobre 2014, nel primo punto vendita di Foggia: i momenti chiave che hanno segnato la sua carriera. Dalla creazione del suo primo abito da sposa all’espansione del suo brand, Stefania condivide sogni, sfide e l’amore per il suo territorio, rivelando il significato profondo del nome ‘Serrese’ e l’importanza delle radici familiari.
Un viaggio nel tempo. Stefania, partiamo da un momento chiave: il 14 ottobre 2014, dove ti trovavi esattamente?
“Ero in via della Repubblica 16, a Foggia, nel primo punto vendita. Ho iniziato tra le mura storiche di famiglia, dove mia nonna aveva avviato la sua attività. C’era un forte legame affettivo con quella sede”.
Qual era il tuo sogno in quel momento e quale obiettivo avevi in mente per Serrese?
“Il mio sogno era crescere ed espandere il brand. Ancora oggi, il mio principale obiettivo è quello di continuare a far conoscere Serrese in Italia e all’estero”.
Tra tutti quelli disegnati e realizzati, c’è un abito che ti è rimasto particolarmente nel cuore? Cosa lo rende speciale?
“Non posso sceglierne solo uno. Sicuramente, ricordo con affetto il mio primo abito da sposa, realizzato per una mia cara amica che oggi è qui alla presentazione della mostra. E, naturalmente, tutti gli abiti che ho disegnato per le mie amiche, sono speciali per me”.
Dopo aver studiato e lavorato a Milano, hai scelto di tornare a Foggia, la tua città, per aprire il tuo atelier. Quanto è stato difficile prendere questa decisione e cosa ti ha spinto a investire nel tuo territorio?
“Cosa mi ha spinto? La follia! In realtà, sono tornata a Foggia per amore. Dopo aver preso quella decisione, ho avviato la mia attività qui, ma l’amore è stato il primo motivo del ritorno”.
Hai iniziato dal design di scarpe da sposa e poi sei passata agli abiti. Cosa ti ha ispirato a fare questo salto?
“Gli abiti da sposa sono sempre stati il cuore della nostra tradizione familiare. Quando ho iniziato, più di 10 anni fa, ero libera, viaggiavo molto e disegnavo scarpe, perché sono una mia passione. Poi, stabilizzandomi a Foggia, ho deciso di ampliare l’atelier e dedicarmi anche agli abiti”.
Guardando avanti, quale sarà il futuro del marchio Serrese?
“Spero di continuare a lavorare con l’estero, poiché il made in Italy è molto apprezzato. Allo stesso tempo, sono felice di fidelizzare sempre più clienti nel mio territorio. La base di partenza è la mia città, ma guardo con interesse a un’espansione internazionale”.
Ma cosa significa Serrese?
“Serrese è un nome ricorrente nella mia famiglia. Il nonno di mio padre firmava i suoi spartiti con questo nome d’arte e mio padre ha persino aperto una discoteca chiamata Serrese. Quando cercavo un nome per il mio brand, volevo qualcosa di significativo ma non legato direttamente al mio cognome, così, con uno zio, ho scelto Serrese, che porta con sé la storia della mia famiglia”.

