Si parla troppo spesso di chi produce arte, ma poco di chi ha il compito di intercettare la domanda e l’offerta. E’ in quel ‘cono d’ombra’ che Giuseppe Benvenuto, gallerista pugliese, ha costruito la sua carriera, posizionando sapientemente le tessere del suo mosaico, che dal 1997 è il suo ‘quartier generale’ in viale Michelangelo a Foggia, uno spazio dove bellezza, stile, storia e cultura hanno trovato sempre posto. Leitmotiv della sua professione? Prudenza e severità: nonostante i successi, i riconoscimenti da parte del pubblico e gli apprezzamenti di celebri e influenti artisti del panorama internazionale, il direttore artistico della Contemporanea Galleria d’Arte dice di essere ancora molto poco clemente con se stesso, lo ha ribadito più volte durante la nostra chiacchierata. Sarà effettivamente grazie a quella rigorosa passione coltivata negli anni con sapiente diplomazia e lungimiranza che la sua privata pinacoteca a marzo festeggerà il suo primo quarto di secolo. Mentre la ‘succursale’ inaugurata lo scorso anno a Bari, in via Piccinni, conquista nuove fasce di pubblico: “Registriamo un’affluenza di ragazzi e ragazze che supera le nostre aspettative”.
Lo incontro mentre, sotto lo sguardo complice di Giotto, il suo fedele amico a quattro zampe, sfoglia con una punta di orgoglio la versione online di Elle Decor, il magazine internazionale di design e tendenze, che lo ha recentemente inserito nella top ten italiana degli appuntamenti culturali interessanti da seguire tra gennaio e febbraio. Nella selezionata guida, tra la personale di Barry Yusufu – ospitata a Torino – e le sperimentazioni di Koen Vanmechelen, nella Galleria degli Uffizi di Firenze, c’è anche il progetto espositivo curato da Giuseppe Benvenuto per l’allestimento dei monumentali lavori di Omar Galliani, nel capoluogo pugliese: un racconto visivo di quindici tavole che esprimono l’unicità della bellezza femminile, tra corpo e spirito, tra pudicitia e voluptas. “Mi colpisce da sempre questo inedito inno alla donna che traspare dai suoi disegni, impallidisco davanti a quei volti femminili, lui li esalta con una tecnica particolare”. Sono combinazioni di bianco e nero – si legge nel testo critico della Storica dell’arte Sara Maffei – realizzati a grafite, carboncino, pastelli, tempera e inchiostro.
E mentre il gallerista aggiorna la sua agenda – saranno due gli eventi con cui celebrerà questo traguardo, uno a Foggia, la sua ‘casa’, e l’altro a Bari, la città che lo ha adottato – io ne approfitto per curiosare nel suo passato: riavvolgiamo insieme il nastro dei ricordi e facciamo un bilancio della sua attività.

Esattamente quando è avvenuto l’impriting? “Nel 1993: raggiunsi Roma, spinto dalla fame di conoscenza. Iniziai a curiosare negli ambienti musicali e conobbi il dj Gianni Parrini, fu pioniere e parte integrante della scena dance elettronica italiana, e un gruppo di artisti iracheni, espressionisti degli anni ’80. Con il primo curavo le scenografie ai tempi del Cellophane (storica discoteca riminese, ndr) e ci concentrammo sulle sperimentazioni con la luce. Fu questa la prima forma di arte con cui mi interfacciai”.
E’ certamente legato a questo periodo e a quelle inedite esperienze underground un altro grande feeling: quello per le installazioni luminose di Marco Lodola, tra i massimi esponenti del Nuovo Futurismo: “Sono stato uno dei primi in Puglia, nel ‘90, a proporlo”. Ma fu in quegli anni, nella Capitale, che Giuseppe Benvenuto mosse i primi passi nel mondo del mercato dell’arte: le novità e le esperienze di quella movida stavano alimentando la sua passione. Prima la musica, poi le espressioni dei chiaroscuri caravaggeschi che portavano la firma di Jaber: “organizzai così la mia prima mostra: fu sold out. Capii che quello era il mio lavoro”.
Roma fu solo il suo trampolino di lancio: in Puglia, a casa sua, Giuseppe aveva l’occasione di prendersi quel posto che non era ancora occupato da nessuno.

Gallerista purosangue
In venticinque anni di carriera Giuseppe Benvenuto si è confrontato con diversi tipi di acquirenti: chi, dell’arte, subisce esclusivamente il piacere estetico, chi ne ricerca il benessere spirituale, chi ambisce a un investimento o ritiene un’opera uno status symbol. “Ma se impari a vivere l’arte nel modo giusto ne riconosci il potere che ha, quello di renderti diverso. Se non la tratti come mercato, l’arte sviluppa empatia e introspezione, sia per chi la fruisce sia per chi la pratica. Questo è importante”.
Per fortuna sembra lontano il lockdown del 2020, quando – come tutti d’altronde – l’espositore ha dovuto abbassare la saracinesca del suo spazio culturale e dedicarsi solamente al suo hobby, il giardinaggio sul terrazzo. Oggi ha un telefono che ‘scotta’: alla vigilia della prima tappa del suo viaggio professionale, il gallerista foggiano classe ’72, collezionista doc – “acquisto opere d’arte, in piena emotività” (come accaduto di recente nello studio romano di Giosetta Fioroni, ndr) – lancia un appello ai giovani: “L’arte è terapeutica, può sviluppare in chiunque un certo senso critico. L’arte ti forma, ti sviluppa, ti tira fuori dalla strada. Ha un ruolo di piena informazione”. Ma per apprezzarne i benefici bisogna avere la pazienza di osservare: le porte della Galleria – aperte a chiunque – rispondono a questa esigenza sociale.

La bellezza è contagiosa
“E’ difficile da spiegare la sensazione che provoca l’inaugurazione di una mostra. Ma posso dirti che mi emoziono tuttora quando riesco a raccogliere negli ambienti della galleria un grande pubblico: in quel momento comprendo realmente che sono riuscito a trasmettere qualcosa. Recentemente gli allestimenti dedicati a Ugo Nespolo e a Galliani, entrambi a Bari, hanno riunito oltre 200 persone: è un miracolo”.
L’operazione culturale di cui il gallerista pugliese va particolarmente orgoglioso? Un interessante joint venture con l’Accademia di Belle Arti del capoluogo dauno: “voglio vedere volti giovani che entrano ed escono da questi ambienti”.

Che tipo di iniziativa stai portando avanti per il tuo pubblico? “Mi sono accorto che nel mio settore i social sono diventati fondamentali”. Prima di questa rivoluzione digitale, Benvenuto si affidava alle affissioni pubblicitarie, ma oggi cerca nelle piattaforme come Facebook il suo prezioso alleato per distribuire inviti e news: “I social hanno creato un nuovo tipo di libertà. Io decido quando e come pubblicare”.
A proposito di inviti, sono circa duecento gli allestimenti inaugurati dal direttore artistico: dalle grandi influenze della transavanguardia, passando per le sfumature della pop art, oggi la Galleria guarda a tutte le forme di arte, a “Tutto ciò che può essere traccia di storia nel passato, traccia di futuro nel presente”.
Nella ricca carrellata di tele esposte, ammirate, vendute puoi selezionare la top five delle mostre che hai curato?
“I miei 5 best of sono ‘Andy Wharol e la pop art’, ‘Omar Galliani’, ‘Giovanni Franci’, ‘Picasso, Fontana, Burri e il 900’ e ‘Renato Guttuso’”.
Giuseppe Benvenuto crede nell’incanto dell’arte. E nella potenza delle parole dei testi critici che accompagnano i suoi allestimenti, ho capito che queste pubblicazioni rafforzano il legame tra chi guarda l’opera e chi l’ha creata, ne svelano aspetti inediti, sciolgono dubbi interpretativi, aiutano a leggere fra le righe.
Ho preso alla lettera questo invito e mi sono buttata a capofitto nei saggi e nei cataloghi elaborati a cominciare dalle narrazioni sul repertorio dedicato ai grandi maestri del ‘900: la Contemporanea Galleria ha permesso di ammirare il celebre Harlequin del grande genio del XX secolo Pablo Picasso, la serigrafia ‘Ladies and Gentlemen II.130’ del più grande rappresentante della pop art Andy Warhol, le straordinarie sperimentazioni su legno, ferro, plastica e cellophane di Alberto Burri (le sue opere oggi sono tra le più conosciute e apprezzate in tutto il mondo e persino contese dai musei internazionali) e le interpretazioni cariche di emotività dell’erede artistico di Lucio Fontana, Enrico Castellani. Indimenticabile per il pubblico anche l’esperienza con l’itinerario che partì da Giorgio de Chirico con l’esposizione di Biro su Carta fino ad Arnaldo Pomodoro e il suo De Cantare Urbino, passando per Mario Schifano, Depero e Keith Haring, certamente uno degli esponenti più singolari del graffitismo metropolitano.

Sfogliando gli annali della Galleria mi imbatto negli adrenalinici bagliori cromatici di Marco Lodola – il maestro degli effetti scenografici ad alto impatto visivo che supera i confini degli spazi espositivi per investire il paesaggio urbano – e nelle suggestioni di Giovanni Frangi, noto per il suo rapporto con la natura. Chiudo l’ultima antologia e avverto una singolare alchimia nell’aria: ciò che ho letto mi ha proiettato in una dimensione nuova e alternativa, mentre nel ripercorrere con i ricordi gli allestimenti che ho frequentato negli anni mi accorgo di essere stata scortata verso un mondo, quello dell’arte, in continua evoluzione, che ha bisogno solo di un paio di occhi attenti e curiosi per lasciarsi ammirare.

