Ci sono luoghi che, più di altri, sanno custodire il silenzio.
Ma ci sono silenzi piatti, afoni, sterili. E poi i silenzi carichi di voci, di storie mai raccontate, di mani che lavorano i campi da generazioni.
Mi è capitato, in un viaggio di qualche anno fa, di camminare in una vigna al tramonto, da queste parti, dove le ombre degli ulivi si allungavano sul terreno arido e la brezza portava con sé un profumo di minerali e di sale. Ho sempre pensato che fosse proprio quel piacevole silenzio a narrare la verità di certi posti, come se la terra stessa avesse una voce che, senza clamore, ci sussurra ciò che è rimasto nascosto a lungo.
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In quel momento mi sono resa conto di quanto la natura, proprio come le persone, porti con sé le cicatrici del passato. Eppure, continua a fiorire, a produrre frutti, come se in qualche modo il suo destino sia quello di rinascere, sempre. Proprio come la fenice, che risorge dalle proprie ceneri, così Valentina Passalacqua è parte di questo paesaggio, una storia ‘nascosta’ che il silenzio non può trattenere per sempre. La sua vita, legata a doppio filo alla terra del Gargano, parla di radici profonde, di una donna che ha imparato a coltivare non solo vigneti, ma anche una forma di resilienza che non ha mai vacillato, nemmeno di fronte alla tempesta più violenta. E che tempesta.
La terra del Gargano e il richiamo dei vini naturali
Oggi, digitare sul web il nome di Valentina Passalacqua significa trovare non solo una imprenditrice di successo, ma anche una donna che porta con sé una storia intensa, fatta di riconoscimenti e di una battaglia personale che l’ha segnata profondamente. È una storia che oggi lei racconta a testa alta, con l’orgoglio di chi non ha mai smesso di lottare, ma con un filo di amarezza, perché il peso del passato è sempre presente, nonostante il riscatto.
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La tempesta del 2020 e la forza della vigna
Quando la vita l’ha messa alla prova, nel 2020, con la notizia di accusa di caporalato che ha travolto la sua famiglia – il padre Settimio – e la sua azienda vitivinicola (autonoma da quella paterna, che invece è finita nel registro degli indagati), Valentina ha risposto con gesti concreti. Ha continuato a prendersi cura delle sue vigne, a produrre vino naturale, in armonia con quella terra che, come lei, ha conosciuto le ferite – “and by August, she had been dropped by almost all of her nine North American importers, who made up 90 percent of her profits” (scrisse, il 23 dicembre 2020, sulla rivista online newyorkese The Cut la giornalista Angelina Chapin, “ad agosto fu abbandonata da quasi tutti i suoi nove importatori nordamericani, che rappresentavano il 90% dei suoi profitti”) – ma anche la capacità di rigenerarsi.
Per tornare al punto dove tutto era cominciato.
Già, prima di questa improvvisa tempesta, Valentina aveva conquistato il cuore del mercato internazionale. In particolare, nel 2017, la sua collezione ‘Valentina Passalacqua’ fu selezionata da un noto importatore americano, che iniziò a distribuire i suoi vini negli Stati Uniti. Nel 2018, la nuova linea ‘Calcarius’ divenne popolare a Parigi, fino a raggiungere enoteche e ristoranti specializzati in vino naturale anche oltreoceano. La sua azienda biodinamica ha visto crescere l’attenzione da parte degli appassionati di tutto il mondo, ma per via dell’accusa contro la sua famiglia, quasi tutti gli importatori nordamericani sospesero gli ordini, determinando una perdita di circa 2,7 milioni di dollari.
Tuttavia, c’è stata una resistenza. Un buyer canadese di Montreal ha deciso di restare al suo fianco, dichiarando di non voler cedere alla pressione dei social media e di considerare Valentina una vittima della cosiddetta ‘cancel culture’. Dopo alcune conversazioni telefoniche, lui e il suo team si sono convinti, giustamente, che Valentina non avesse alcun coinvolgimento diretto con le vicende legali che hanno travolto suo padre. Anche il principale importatore europeo di Passalacqua, Les Caves de Pyrène, ha deciso di continuare la collaborazione, lasciando che fosse il tribunale a prendere la decisione finale.
La resilienza che accompagna un nuovo viaggio
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Ecco perché oggi, ogni bottiglia che porta il suo nome – ‘Valentina’, ‘Calcarius’ e ‘9 is enough’ – è molto più di un prodotto: è una storia di riscatto, di forza silenziosa, di legame con la natura. E, non a caso, proprio quel legame profondo con il territorio ha conquistato il cuore del pubblico americano. Quello che una volta era solo il sogno americano, oggi si è trasformato in qualcosa di più: mi piace definirlo, con un pizzico di orgoglio, il ‘sogno pugliese’. La Puglia con le sue masserie, i suoi ulivi secolari, i castelli, le luminarie e quel fascino selvaggio fatto di vigneti, allevamenti e tradizioni secolari, sta dettando nuove regole. Un made in Puglia che si sta affermando, non solo in Italia, ma nel mondo. E Valentina è parte di questa storia, una storia che continua a crescere e fiorire in modo indissolubile da quella terra che la nutre.
Il presente? E’ fatto di riconquiste e di un nuovo storytelling.
Dentro la storia
Quattro anni fa, il tuo mondo è stato scosso da un’accusa che ha messo in discussione non solo il tuo lavoro, ma anche la tua identità. Cose impossibili da dimenticare. È davvero necessario fare chiarezza su quello che è accaduto nel 2020?
“Assolutamente sì, perché è stato detto di tutto contro di me e in quel momento io non sono stata in grado di reagire e dire la mia versione”.
Mi spieghi cosa è successo alla tua azienda dal 2020 ad oggi?
“Tutto il problema nasceva perché si dava per scontato che la mia azienda non fosse autonoma, ma dipendesse da mio padre e che io fossi un prestanome di mio padre, invece, attraverso i controlli, è uscita fuori la verità, cioè che io ho il mio staff, ho un ufficio, operai che sono operai-amici e che quindi assolutamente la mia azienda è economicamente, giuridicamente e a livello gestionale assolutamente autonoma e indipendente”.
Credi ci sia stato un tuo errore in questa vicenda e se si quale?
“Si, il mio errore è stato quello di mettermi in un angolino e prendere schiaffi senza reagire e quindi andare in chiusura, non raccontare la mia versione e di aver subito tutto quel male”.
Mi sono accorta che hai parlato spesso di voler essere un esempio per le tue figlie. Cosa speri che imparino dalla tua esperienza e dalla tua lotta per difendere il tuo lavoro e la tua dignità?
“Voglio insegnare la forza, la determinazione, l’autonomia e l’indipendenza di noi donne qui al sud, che devono, come dire, vincere una cultura patriarcale molto forte”.
Oggi dove è tornata o arrivata Valentina Passalacqua?
“Oggi mi sento molto più vicino alla mia terra, ai miei uomini. Diciamo che forse in passato ero molto più proiettata sul mondo, anche perché il mio sogno di fare vino nasce nel momento in cui io sono dovuta ritornare giù in Puglia, però la mia idea era quella di vivere in America. Questa cosa non è stata possibile e mi sono detta ‘vorrei creare una realtà dove, diciamo, il mondo viene giù da noi’. Mi sono resa conto che, invece, dovevo rafforzare le mie radici e dopo essere più forte qui a casa mia”.
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Oltre la terra e le radici
Ed ecco come al sud, dove in estate il sole brucia e il vento attraversa lento ma potente i campi, le storie come quella di Valentina Passalacqua si intrecciano con la terra stessa. Narrazioni di donne che non si arrendono, che custodiscono cicatrici invisibili, affrontano pregiudizi e continuano a lottare non solo per difendere se stesse, ma per lasciare un’eredità di verità e resilienza. E, come nel caso di Valentina, l’esperienza di un vino naturale che ha il sapore degli agrumi, di minerali, di frutti rossi. In un mondo spesso rapido nel giudicare, la storia della vignaiola di Apricena è un richiamo all’importanza di fermarsi, di ascoltare il silenzio e di imparare ad apprezzare senza preconcetti. Coltivare la terra, come coltiviamo emozioni e sentimenti, richiede cura, pazienza e rispetto per il tempo.
Che il Sud, con le sue tradizioni e le sue lotte, possa essere fonte d’ispirazione per chi, come Valentina, sceglie di rinascere e camminare a testa alta.

