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Viaggio sentimentale alla scoperta di Piantasacra, l’olio pugliese che profuma di memoria e futuro 

A casa nostra, e quando dico casa nostra intendo la masseria di famiglia, quella in pietra chiara, di metà ‘900, immersa tra le colline del subappennino dauno, c’era un’attesa che superava di gran lunga quella dei giorni che anticipavano il santo Natale. 

Ho un ricordo nitido, quasi fotografico, dell’euforia che si respirava in campagna, in autunno inoltrato, quando la nonna annunciava l’arrivo dell’olio nuovo. 

Era il nostro piccolo rito familiare, ripetuto ogni anno con la stessa precisione dei gesti religiosi o delle feste di paese, che da quelle parti conoscevamo bene. Una tradizione che sapeva di casa, di scaramanzia e di cose che non cambiano mai. E di cui oggi sento una enorme mancanza.

L’attesa dell’olio nuovo: un rito di famiglia che non passa mai 

Quell’attesa aveva il tempo di un gesto semplice, ma fortemente evocativo: mia nonna che si avviava con la macchina tra i tratturi, verso l’unica bottega aperta anche nei festivi, in una borgata a pochi passi dai campi, per comprare la pagnotta a forma di gigantesco tarallo. La stessa, per quasi trent’anni, tutte le domeniche. E quello era, per noi, il pane perfetto per il primo assaggio dell’olio appena tornato dal frantoio. E quando lei rientrava, con le guance arrossate dal freddo, la sportina piena e il bagagliaio chiazzato di farina bianca, sapevamo tutti che stava per cominciare il momento più atteso dell’anno: l’aperitivo dell’olio nuovo. Chiudo gli occhi e riavverto il profumo nitido di quella pozione verde vibrante, veniva fuori dall’orcio prima ancora che il pane toccasse il tavolo. 

Era una scena che non aveva bisogno di parole e veniva accolta solo da quel silenzio che precede le cose importanti. 

L’olio come geografia emotiva 

Dopo quell’infanzia fatta di scoperte e abitudini, ho imparato che in Puglia l’olio non è soltanto un ingrediente da abbinare alle ricette o il condimento per eccellenza, quello che nessun nutrizionista potrà mai toglierci dai piani alimentari, ma una geografia, anzi un metodo. 

Con la stessa curiosità di quando incalzavo di domande e curiosità mia nonna nei pressi dell’uliveto, oggi, da appassionata narratrice della mia regione, ho scoperto che ogni bottiglia racchiude un pezzo di territorio, un tempo dell’anno, una scelta precisa. 

Piantasacra: una storia nuova, ma radicata nel passato

È per questo che, quando incontro un olio come Piantasacra, riconosco immediatamente quel filo invisibile che lega la mia memoria alla tradizione: lo stesso modo di essere pugliese senza stratagemmi, solo attraverso ciò che profuma e ciò che resta sul palato. Come fanno i ricordi nel cuore delle persone sentimentali, innamorate della Puglia.  Proprio come è successo ad Andrea Demaio e a Mario di Matteo. La loro è una storia che profuma di Tavoliere, di vento che asciuga le foglie dagli alberi dalla pioggia di fine ottobre, di scelte raggiunte nel segno di una eredità non solo culturale che non può e non deve finire. E che loro definiscono sacra.

L’olio che custodisce la Puglia e la riporta a tavola 

Del racconto di Piantasacra, il neo brand dell’extravergine d’oliva, mi ha colpito subito la cura con cui Andrea e Mario hanno costruito la loro narrazione: una storia nuova, ma radicata in quel patrimonio di gesti antichi che appartiene alla Puglia più autentica e che i due giovani imprenditori hanno ereditato dalle loro famiglie, da sempre impegnate nell’agroalimentare. Le loro monocultivar – tutte pugliesi – hanno debuttato ufficialmente il 20 ottobre 2024, data in cui le prime bottiglie, pronte per le cucine di tutto il mondo, sono state messe sui tavoli di un pranzo in campagna, tra famiglia e amici stretti. Un giorno indimenticabile, che ha segnato l’inizio della vita di un olio nato sotto il segno della Bilancia (e non poteva essere altrimenti!): equilibrato, curato, attento all’armonia, sensibile alla bellezza. E proprio quel suo lato esteta è particolarmente evidente nel suo originale packaging pop, così contemporaneo e fuori dagli schemi, pensato non solo come contenitore, ma come dichiarazione di stile: la bellezza che prova a sconfinare. 

Ma un’immagine, per quanto potente, non basta: che Puglia potresti raccontare se, dentro quelle bottiglie, non ci fosse la verità che promettono?

A tu per tu con Piantasacra: olio monocultivar della Puglia

L’esperimento l’ho fatto a casa, nella mia cucina: Coratina e Peranzana non sono solo oli, sono identità, si riconoscono al primo assaggio come certe persone che subito colpiscono per autenticità e carattere. L’una, la Coratina, cresciuta nella Puglia centro-meridionale, ha un’anima forte, decisa, piccante; l’altra, la Peranzana, coltivata negli ettari delle campagne a nord di Foggia, è elegante, morbida, profumata. Diverse, ma complementari.
Nel dna di Piantasacra c’è una devozione assoluta per la terra e per quei riti familiari che definiscono le tappe di una vita rurale. Come quei passaggi fondamentali nella lavorazione per ottenere un olio di qualità: l’estrazione a freddo, ad esempio, che avviene a temperature inferiori ai 27 gradi circa, un metodo chiave per preservare tutte le sue proprietà.

E poi, naturalmente, ci sono quelle sequenze che tornano dal passato: Qual è il vostro primo ‘assaggio di rito’ quando esce l’olio nuovo? “Il primo assaggio di rito è rimasto immutato: pane caldo, olio nuovo e un pizzico di sale, fatto in piedi, in silenzio, quasi primitivo. Poi la frase rituale, ripetuta ogni anno – ‘Quest’anno è diverso’ – e una risata”, che conferma la verità di ogni nuova spremitura. 

Chi nasce in Puglia, chi come Andrea e Mario ha corso con i piedi nella terra e non solo sull’asfalto, con le mani sporche di foglie umide, di resina, porta addosso, ancora adesso, un patrimonio che non si insegna, puoi solo scegliere di tramandare. E innovare: Piantasacra stupisce anche con una linea di oli aromatizzati naturali, per un pubblico giovane e curioso che ama il sapore del peperoncino, del limone, del basilico e del tartufo. “Non condimenti, ma veri e propri ingredienti, che nascono dall’unione tra materie prime fresche e naturali, senza artifici”.  

Memorie di famiglia nel cuore del frantoio
Andrea ricorda il gesto di suo nonno: annusare prima di assaggiare, un rito che oggi continua a praticare, “quasi un modo di salutarlo”. Mario, invece, rievoca la merenda semplice di pane, olio e pomodoro, simbolo di abbondanza senza lusso, che ancora oggi cerca in ogni bottiglia.

Se un turista entrasse oggi nel vostro frantoio, cosa vedrebbe e cosa sentirebbe? “Entrerebbe e troverebbe acciaio, pietra e profumo. Vedrebbe cassette di olive che arrivano correndo, persone che si muovono tra macchinari e ritmi di stagione. E sentirebbe il rumore dei noccioli che vengono separati, la pasta d’oliva nei decanter, il suono dell’acciaio che vibra, l’odore del verde, amaro, fresco, pungente”.

Quest’anno, per l’aperitivo di famiglia di fine autunno, ho portato a tavola Piantasacra: l’ho fatto perché ho ritrovato quel dialogo iniziato nella mia masseria da bambina. Ma non è solo il pane caldo, o i gesti semplici ad avermi (ri)conquistato. E’ stata la storia vera, una di quelle che vale la pena tramandare.

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